lunedì 22 luglio 2013

Sloterdijk, il reazionario. Parte seconda

A mo' di conclusione e completamento dell'intervento precedente, crediamo sia utile analizzare in breve le idee di un altro saggio contenuto nel volume Non siamo ancora stati salvati, intitolato L'offesa delle macchine, per tenere in allenamento i nostri anticorpi.

Il saggio parte tratteggiando mirabilmente la storia del pensiero scientifico occidentale usando categorie mediche: se la salute è considerata dai medici “il successo del sistema immunitario” (e vediamo che la scelta teorica di Sloterdijk, non a caso, ripropone una lettura “difensiva” del successo vitale: vive meglio chi si difende meglio), si potrebbe analogamente pensare alla storia della cultura come “la storia dei ferimenti e della rigenerazione dei sistemi immunitari mentali” (p. 277), secondo il famoso paradigma freudiano della ferita narcisistica che l'illuminismo ha provocato all'uomo, prima con Copernico, poi con Darwin e infine con Freud stesso.


In buona sostanza, ad ogni ferimento narcisistico o crescita di sapere scientifico – che secondo Sloterdijk sono molto più numerosi e frequenti di quelli enumerati da Freud, tra cui anche la più recente ferita, o offesa, delle macchine appunto, che sono diventate non solo migliori di noi, ma alla nostra vita necessarie come “protesi” – corrisponde una rigenerazione del sistema immunitario, o un miglioramento della nostra salute.

Tuttavia non sempre questa rigenerazione riesce completamente. Secondo Sloterdijk, per quella che chiama ipotesi psico-storica, ci sono delle componenti “offese” in ogni anima individuale, corrispondenti ai diversi paradigmi epistemologici che si sono susseguiti nella storia; delle parti psichiche “primitive” che non sono state totalmente debellate dai nuovi sapere scientifici.

Dentro di noi, la nostra “anima” combatte contro le parti animiste, ancora legate alla Weltanschauung religiosa, contro quelle soggettiviste, legate alla scienza moderna e a una concezione forte di “soggetto”, e così via. Cosa fare per controllare queste schegge di passato dentro di noi? Sloterdijk propone un “compromesso storico”:

L'umanità originaria nasce come uno humour culturalmente evoluto in rapporto a ciò che, in noi stessi e nei nostri vicini, non è poi così evoluto culturalmente. Lo humour umanistico è il magnanimo rivolgersi del presente verso un passato superato e ancora non del tutto scomparso (…) Chi crede nelle potenzialità dell'intelligenza non può fare a meno di impegnarsi per il raggiungimento di un rinnovato compromesso storico tra le formazioni culturali dello spirituale. [p 288-289]

Idea ancora confusa, quella di compromesso storico tra le diverse parti della nostra anima in subbuglio: qui si parla di "humour umanistico", che ricorda tanto il ghigno di superiorità di chi si crede migliore verso chi si ritiene indubitabilmente inferiore. Ma poco più avanti, Sloterdijk fa un esempio concreto di questa "magnanima" tolleranza umanista:

Si potrebbe favorire il compromesso storico tra la cibernetica e il personalismo, se in Baviera venisse stabilito per legge l'obbligo di appendere crocefissi nei laboratori di computer e nelle sale operatorie: è proprio quanto dicono le anime morte di Karlsruhe. [p 290]

Ovvero: si potrebbe favorire il compromesso tra due diverse parti della nostra anima (leggasi società), una più evoluta (la cibernetica, che ingloba macchina e uomo) e l'altra meno (la personalistica), se si appendessero simboli del passato meno evoluto in luoghi altrettanto simbolici dell'evoluzione culturale: in questo caso crocefissi nelle sale operatorie. A quanto pare, questa idea non sarebbe farina del sacco di Sloterdijk: gli è stata suggerita, scrive, dalle “anime morte di Karlsruhe”, ovvero dagli ebrei, sinti e rom deportati durante il nazismo. Karlsruhe era un sottocampo di Auschwitz.

In Italia, di crocefissi appesi alle pareti se ne contano ancora tanti, e non mi pare che il “compromesso storico” tra le diverse parti della società abbia poi funzionato bene, anzi: non mi sembra che ci sia stato proprio nessun compromesso concreto.

Ma ciò non importa; è invece più interessante notare come, ancora una volta, Sloterdijk abbia strumentalizzato le sue teorie per introdurre surrettiziamente un'idea incredibilmente reazionaria, ovvero la giustificazione del crocefisso all'interno di un luogo pubblico che, lungi da essere un compromesso, a noi pare una vera e propria imposizione forzata.

Non solo: è l'appello agli ebrei deportati che dà più fastidio al lettore accorto; sembra quasi che Sloterdijk spieghi gli orrori antisemiti tirando in campo l'ateismo di facciata tipico del regime nazista, come a dire che niente di tutto ciò che è stato fatto sarebbe successo se si fosse avuta più fede "umanistica" nel Cristo. Il che non solo è storicamente falso, quanto moralmente scorretto.

Ultimo esempio della furbizia teorica di Sloterdijk è dato dalla sua magistrale definizione di “reazionario”, contenuta sempre nello medesimo saggio: “posizione a partire dalla quale è possibile compiere soltanto una protesta e nessun avanzamento di pensiero.” [p 289]

Ciò che a prima vista sembrerebbe un'elegante definizione teorica, nasconde un tranello ben congegnato: Sloterdijk fa passare per “reazionaria” qualsiasi posizione di protesta all'esistente; reazionario sarebbe anche questo intervento, in quanto “protesta” contro un pensiero.


“Soltanto” una protesta: si sminuisce il pensiero critico per giustificare la normatività, quando storicamente è stata proprio la protesta a muovere dialetticamente il pensiero. E ancora: ogni protesta, a ben vedere, è un “avanzamento” di pensiero. Ciò che conta è la direzione, e questo Sloterdijk sembra dimenticarlo. Il punto non è la protesta in sé, quanto il suo “verso-cosa”: progressista se cerca di superarsi, reazionario se punta al mantenimento dell'esistente. Ed è proprio per questo che, ci sembra, Sloterdijk può essere definito “reazionario”.

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