giovedì 3 dicembre 2009

La morte di Eraclito


(Efeso, V sec a.C., Tempio di Artemide.
Eraclito steso su un giaciglio ai piedi dell’altare, coperto da un grezzo panno di lana. Il suo viso è ricoperto di edemi.
Al suo fianco il discepolo Cratilo, panno umido in mano, deterge la fronte del maestro addormentato.
Attorno gli altri Eraclitei, vestiti di nero, cappucci lunghi.
Fuori dal tempio, attraverso le colonne, un tramonto sull’Egeo.
Silenzio.) 
Eraclito: Ora, sulla soglia estrema – ora, ora sul baratro! – dopo ogni conflitto, il Conflitto.

Cratilo (agli altri): Presto, portate dell’acqua, svelti. Avete sentito? È ancora sveglio.

E: Mi sento trascinare giù. Sono una cascata. Lo vedi, Cratilo, lo vedi anche tu?

C: Sta vaneggiando. (forte agli altri) È fuori di sé: scendete in città e chiamate un medico.

E (forte): Taci! Taci: non riesco a sentire. Fate piano, mi disturbate – Medici? Cosa curerebbero? Non voglio efesini quassù, non oggi. Oggi scenderò io.

C: Come puoi scendere nelle tue condizioni? Dovrai restare.

E: Ho passato la mia vita qui sull’acropoli, Cratilo. Una è la via. Come tutte le cose. Come sono salito, dovrò scendere anche io. (Forte attacco di tosse.)

C: Presto, mandate a chiamare il medico! Cosa aspettate, per Zeus!

E: No, no. Devo finire. Chiamate un servo piuttosto. Ho ancora qualcosa da dire, da ultimare.

C: Dai pace all’animo, maestro: non puoi affaticarti.
 
E: Ancora non capisci Cratilo? Eppure non c’è nulla da capire. Oggi io parto. Oggi lascio questa terra; oggi mi dissolvo nel fuoco. Non c’è niente da fare, è già deciso. Vedo una luce nuova, Cratilo. Vedo i contorni delle cose più netti. So dove finiscono e dove cominciano.

C: Non ti capisco, Eraclito. Sei già lontano.

E: Guarda, Cratilo, guarda fuori, fuori dal tempio, oltre queste colonne. Lo vedi? (Sorride, sembra di nuovo assopirsi.)

C (agli altri): Non vuole medici, ma ha chiesto uno schiavo per trascrivere le sue ultime parole. Fate presto. Non credo resterà per molto.

E: Brucio! (Lamenti.)

C: Presto, dell’acqua!

E: Come sono ridotto, Cratilo? Mi sento bruciare, sono pieno di mondo. Sto scoppiando.

C: Tieni, dell’acqua. Bevi e resta sdraiato. (Terge la fronte del maestro.)

E: Guarda il mio corpo! Cosa mi succede? Ho rotto gli argini, è vero? Sto esorbitando, le membra non reggono più. Tra poco uscirò da me stesso, Cratilo.

C: Non dire così. Puoi ancora parlare, la tua mente è ancora sveglia. Pensa a questo.

E: Che discepolo ingrato. Dovresti essere contento per me e invece mi compatisci.

C: Come posso essere contento, Eraclito? Sarei un pazzo, un folle se fossi felice della tua scomparsa. Ci lasci come nudi andandotene adesso; e mi chiami ingrato.

E: Non guardarmi in quel modo. Girati, per Zeus. Non posso sostenere quello sguardo ipocrita, quegli occhi che bruciano ancor più della malattia. Non voglio condividere il mio dolore con nessuno. Lasciami solo. Che nessuno rimanga dentro.

(Cratilo si alza in piedi e va a parlare con gli altri. Lunga pausa.
Ritorna, porgendo al maestro una cassetta d’argento)

E: Che ti avevo detto, Cratilo? Lasciami solo.

C: Un’offerta da Efeso, maestro. L’hanno consegnata ora, in tuo onore. “Un dono votivo per il saggio del tempio d’Artemide”, hanno detto. Per ingraziarsi la dea; per un buon viaggio, quando sarai di là.

E: Un dono votivo! Che sorpresa. Mirabile, Cratilo, davvero.

C: Che dobbiamo fare? Lo immoliamo oggi stesso?

E: Accendete senz’altro il braciere.

C: Subito. Se questo è il tuo volere, sarà fatto.

E: È così. Fate ardere il sacro treppiede e buttate alle fiamme il dono assieme a chi lo manda. Non potrei avere miglior viaggio che avendolo al mio fianco, quando arriverò di là.

C: Che significa? Che vuoi dire, Eraclito?

E: Dopo una vita passata a sopportare le ingiurie di una città consumata dalla prepotenza, dalla lussuria, dai commerci; dopo averli avvertiti, sopportando sguardi come spilli, raccogliendo amari raccolti di ingiurie e scherno; dopo aver visto i più cari amici esiliati per pura brama di potere, per desiderio di sopraffazione; dopo tutto questo, anche oggi i miei occhi si devono chiudere di fronte a tanta giustizia. Beati i tempi dei re! Beato chi rimase all’oscuro delle sudice macchinazioni democratiche! (Tosse.)
Non accetterò nessun dono, Cratilo. Non permetterò a questo argenteo cavallo acheo di profanare il mio tempio; tanto meno di recare offesa alla più sacra delle dee. Restituitelo al mittente. Dall’alto della sua sapienza saprà certamente meglio di un povero vecchio pazzo come consumarlo.
Efesini! Peggio di porci siete; vi contentate di putrido fango, invece di ricercare il vero sapere. Insozzate ogni cosa col vostro tocco, come re Mida dannati da un demone. Tutto avete bruttato, rapito, violentato; anche le labbra più sacre marciscono al vostro fetido bacio.
Salvate almeno i vostri figli; salvateli dalle vostre stesse braccia soffocanti. Che crescano all’oscuro di un tempio muschioso piuttosto che corrompersi nelle auree sale di palazzo. Per voi non c’è più speranza. Ma non spegnete germogli con parole velenose. (Pausa.)
Sono stanco Cratilo. Le parole fuggono. Portatemi un servo.

(Lunga pausa.
Il sole è calato sul mare. Dalle colonne del tempio spande la luce di un crepuscolo greve. Il bagliore di un braciere appena acceso illumina a sprazzi il volto gonfio del maestro.
Attorno a lui sono raccolti i suoi discepoli. Cratilo siede a fianco dello schiavo, che aspetta di riempire tavolette di cera 
delle ultime parole di Eraclito.)

E: Sembra che la mia anima non voglia lasciare questo corpo malato. È un supplizio terribile. Credo sia maggiore delle mie forze, maggiore più di quanto non possa sopportare. Piangi, Cratilo? Ti ho già detto che non voglio commiserazione.

C: Piango per me, Eraclito. Piango perché so cosa perdo.

E: Tanto più meriti il nome di sciocco, Cratilo.

C: Non riesco a capirti. Come puoi biasimarmi? Forse che non piangono i figli davanti alla pira del padre? Non meritano commiserazione forse, ancor più che i morti, i loro cari, che rimangono soli e tremanti come di fronte al primo freddo?

E: Lascia perdere l’opinione e il costume dei molti. Io non lascerò nessuno. Non lascerò questo mondo più di quanto non lasci il suo letto il fiume, giunto alla fine del suo corso. Mi sento scoppiare, Cratilo, proprio come se avessi dentro un fiume, un torrente di montagna, dopo le prime piogge di novembre; un fiume rabbioso, torbido. (Gira il capo verso l’orizzonte, tossendo forte. Si assopisce di nuovo.)

C (agli altri): Preparate la pira. Che tutto si svolga velocemente, nel buio di questa notte.
(Pausa)

E: Lo vedi adesso, Cratilo, lo vedi? Mai fu più chiaro di adesso. Mai la legge più forte – più del rosso di questo tramonto. (Attacco di tosse ancora più forte. Il viso butterato dell’edema contratto nel dolore)
Come il pesce nel mare – come il fiore di montagna – la nuvola che passa silenziosa – il sasso che frana dalla scoscesa. La goccia, la frana, il posarsi di una farfalla, il suono del flauto. Ogni movimento, ogni più piccolo respiro; il filo d’erba che cresce. I discorsi di ogni uomo, dall’era dei giganti e nelle tenebre del futuro, i pensieri dei discorsi, i sogni dei pensieri, i ricordi dei sogni, il ripetersi del ricordo. Tutto come l’oro. Ogni cosa ha dentro di sé l’oro, lo vedi?
Il fuoco, Cratilo, è l’oro.
Anche io sono destinato a – come tutto.
Il più piccolo granello è se stesso per conflitto.
I contorni, li vedo più netti, adesso, ora.
È un supplizio, Cratilo, più forte del mio essere.
Scivolo via. Non sia lo stesso con queste parole.
Fondetele nell’oro. Non resisteranno al fiume, ma verranno lette.
I miei contorni, scompaiono. Cratilo!
Lo vedo! Lo vedi anche tu? Ora, sull’abisso.
Riconosco il flusso necessario. La virtù è solo questo, è il segreto!
La felicità, Cratilo. Guarda. È davanti a noi, distante un tocco.
Che stolti. Una vita per questo.
Sto partendo, lo sento. Mi vedrai ancora.
Ogni volta che sul tuo corpo riconoscerai una ferita del tempo.
Non c’è fine, Cratilo, perché la persona non era un inizio.
Lasciate i miei pensieri alla dea.
Il giusto dono è questo.
Accompagnerò più volte chi ne avrà bisogno.
Il dolore eccede.
Brucio.

(Il viso contratto si distende.
Cratilo si alza, copre il viso del maestro. Uno dopo l’altro i cappucci scuri degli Eraclitei scompaiono nel buio della notte, portando fuori il corpo.
Lo schiavo lascia le tavolette a Cratilo.
Escono tutti, tranne lui.
Piano si toglie la tunica, rimane nudo. Si terge con un panno bagnato. Posa sul braciere un pezzo d’incenso e lascia la fragranza perdersi tra le tenebre del tempio.
Lentamente esce fuori, siede sulla nuda terra e perde il suo sguardo nelle stelle.
Silenzio.)

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